Secondo lavoro e partita IVA: quando può diventare un problema

Avere un secondo lavoro e una partita IVA è una situazione sempre più comune. Un dipendente può decidere di avviare un’attività autonoma per aumentare le proprie entrate, trasformare una passione in un’attività professionale oppure costruire gradualmente un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso modo, chi possiede già una partita IVA può affiancare alla propria attività autonoma un rapporto di lavoro dipendente. La possibilità di combinare lavoro dipendente e attività con partita IVA esiste, ma non significa che la situazione sia sempre semplice. Bisogna infatti considerare gli aspetti fiscali, previdenziali e contrattuali e, soprattutto, verificare se la contemporanea presenza di un lavoro dipendente consente di utilizzare o mantenere il regime forfettario. Nel 2026 il tema è particolarmente importante perché è stata confermata la soglia di 35.000 euro di reddito da lavoro dipendente o assimilato oltre la quale, in determinate circostanze, il regime forfettario non può essere utilizzato.

Secondo lavoro e partita IVA: è possibile avere entrambe?

La prima domanda da porsi è se sia possibile svolgere contemporaneamente un lavoro dipendente e un’attività autonoma con partita IVA.

In linea generale, lavoro dipendente e partita IVA possono coesistere. Non esiste infatti un divieto generale che impedisca a un lavoratore subordinato di esercitare anche un’attività autonoma.

Il problema nasce quando si passa dalla semplice possibilità di avere due attività alla verifica delle regole fiscali e contrattuali che disciplinano quella specifica situazione.

Un dipendente che apre una partita IVA deve quindi verificare il proprio contratto di lavoro, l’eventuale presenza di clausole di esclusiva o di non concorrenza e la compatibilità dell’attività autonoma con quella svolta per il datore di lavoro.

Dal punto di vista fiscale, inoltre, bisogna stabilire quale regime applicare alla partita IVA e verificare se esistono cause che impediscono l’accesso al regime forfettario.

Secondo lavoro e partita IVA: il problema non è avere due redditi

Il fatto di percepire contemporaneamente uno stipendio e compensi derivanti dalla partita IVA non costituisce, di per sé, un’irregolarità.

La questione riguarda piuttosto il modo in cui questi redditi vengono trattati fiscalmente.

Il lavoratore dipendente continua a percepire il proprio stipendio con le normali modalità previste dal rapporto di lavoro, mentre l’attività autonoma viene gestita attraverso la partita IVA.

Se il professionista possiede i requisiti richiesti, può inoltre valutare il regime forfettario, che prevede un sistema di determinazione del reddito e di tassazione specifico.

Il punto fondamentale è quindi distinguere tra possibilità di svolgere due attività e possibilità di applicare il regime fiscale agevolato.

Secondo lavoro e partita IVA: cosa cambia con il regime forfettario

Il regime forfettario è particolarmente interessante per chi vuole iniziare un’attività autonoma senza abbandonare immediatamente il proprio lavoro dipendente.

La normativa prevede infatti requisiti specifici per poter accedere e rimanere nel regime.

Tra questi rientrano il limite di 85.000 euro di ricavi o compensi percepiti nell’anno precedente e il limite relativo alle spese sostenute per lavoro dipendente e collaboratori, fissato a 20.000 euro lordi nelle condizioni previste dalla legge.

Ma per chi ha un secondo lavoro con partita IVA esiste una verifica ulteriore, particolarmente importante: quella relativa ai redditi da lavoro dipendente e assimilati.

Per il 2026 la soglia è stata confermata a 35.000 euro.

Questo significa che chi sta pensando di aprire una partita IVA mentre continua a lavorare come dipendente deve guardare non soltanto a quanto prevede di guadagnare con l’attività autonoma, ma anche al reddito prodotto attraverso il lavoro subordinato.

Secondo lavoro e partita IVA: il limite dei 35.000 euro nel 2026

Nel 2026 la soglia da tenere sotto controllo è quella dei 35.000 euro di reddito da lavoro dipendente e assimilato percepito nell’anno precedente.

La legge di bilancio 2026 ha infatti esteso anche al 2026 l’aumento temporaneo della soglia, che era stata portata da 30.000 a 35.000 euro.

Il meccanismo deve essere compreso correttamente.

Non significa che chi ha uno stipendio superiore a 35.000 euro non possa mai aprire una partita IVA. Significa, più precisamente, che può emergere una causa ostativa all’utilizzo del regime forfettario, se ricorrono le condizioni previste dalla normativa.

Questa distinzione è fondamentale perché partita IVA e regime forfettario non sono la stessa cosa.

Una persona può quindi avere una partita IVA anche quando non può utilizzare il regime forfettario e deve adottare un diverso regime fiscale.

Secondo lavoro e partita IVA: quale reddito bisogna controllare?

La soglia dei 35.000 euro riguarda il reddito fiscalmente rilevante da lavoro dipendente o assimilato, non semplicemente quanto viene materialmente accreditato sul conto corrente.

Per questo motivo, quando si verifica la propria posizione, bisogna fare riferimento alla documentazione fiscale relativa al reddito percepito.

È quindi importante non confondere lo stipendio netto con il reddito fiscale utilizzato per la verifica della soglia.

La corretta individuazione del reddito da considerare è particolarmente importante quando sono presenti premi, bonus, più rapporti di lavoro o altre componenti reddituali.

Secondo lavoro e partita IVA: quando la soglia dei 35.000 euro non blocca il forfettario

Esiste un’altra importante precisazione.

La verifica della soglia relativa al reddito da lavoro dipendente è infatti irrilevante quando il rapporto di lavoro è cessato, secondo quanto previsto dalla disciplina applicabile. La regola è stata confermata anche per il 2026.

Immaginiamo, per esempio, una persona che nel 2025 abbia percepito più di 35.000 euro di reddito da lavoro dipendente, ma che abbia cessato il proprio rapporto di lavoro entro la fine del 2025.

La situazione deve essere valutata diversamente rispetto a quella di chi, nel 2026, continua normalmente a essere dipendente.

Questo è uno dei motivi per cui non bisogna applicare la regola dei 35.000 euro in maniera automatica senza considerare quando è terminato il rapporto di lavoro e quale sia la situazione concreta.

Secondo lavoro e partita IVA: attenzione al rapporto con il datore di lavoro

Gli aspetti fiscali non sono gli unici da considerare.

Chi vuole mantenere un lavoro dipendente e aprire una partita IVA dovrebbe verificare attentamente anche il proprio contratto di lavoro.

Alcuni rapporti possono prevedere obblighi specifici relativi alla esclusività, alla concorrenza o alla comunicazione di attività esterne.

Particolare attenzione deve essere prestata quando la nuova attività autonoma è molto simile a quella svolta per il datore di lavoro.

Se, per esempio, un dipendente lavora in un’azienda e contemporaneamente offre attraverso la propria partita IVA servizi direttamente concorrenti con quelli dell’azienda, possono emergere problematiche che non riguardano soltanto il fisco.

Prima di iniziare, quindi, è opportuno controllare le condizioni contrattuali e verificare eventuali obblighi di autorizzazione o comunicazione.

Secondo lavoro e partita IVA: contributi previdenziali

Un altro tema importante riguarda la previdenza.

La presenza contemporanea di un lavoro dipendente e di un’attività autonoma non significa automaticamente che tutti i contributi siano duplicati senza alcuna logica di coordinamento. La gestione dipende dalla natura dell’attività esercitata, dalla gestione previdenziale competente e dalla posizione del lavoratore.

Per alcune attività professionali può entrare in gioco la Gestione Separata INPS, mentre altre professioni possono prevedere una specifica Cassa professionale.

Per i professionisti iscritti alla Gestione Separata, l’INPS chiarisce che la base imponibile contributiva comprende il reddito derivante dall’attività professionale, anche quando questa viene esercitata in regime forfettario.

Nel 2026, per i professionisti titolari di partita IVA iscritti alla Gestione Separata che non sono assicurati presso altre gestioni obbligatorie e non sono pensionati, l’aliquota complessiva indicata dall’INPS è pari al 26,07%, comprensiva delle componenti previste per la contribuzione.

La situazione può però cambiare quando il professionista è già coperto da un’altra forma previdenziale obbligatoria. Per questo motivo il semplice fatto di avere un lavoro dipendente non dovrebbe portare a concludere automaticamente che non siano dovuti contributi sull’attività autonoma.

Secondo lavoro e partita IVA: un esempio pratico

Supponiamo che un lavoratore abbia un impiego dipendente e percepisca un reddito fiscale di 28.000 euro annui.

Decide di aprire una partita IVA per svolgere un’attività autonoma nel tempo libero e prevede di ottenere 15.000 euro di compensi.

In presenza degli altri requisiti previsti dalla legge, la soglia relativa al lavoro dipendente non sarebbe superata e potrebbe quindi valutare l’accesso al regime forfettario.

La situazione cambia se il reddito da lavoro dipendente supera la soglia prevista per l’anno di riferimento e il rapporto di lavoro continua.

In questo caso, il problema potrebbe riguardare proprio l’accesso o la permanenza nel regime forfettario, non l’esistenza stessa della partita IVA.

L’esempio dimostra perché sia importante separare tre concetti: stipendio, partita IVA e regime fiscale.

Secondo lavoro e partita IVA: cosa succede se si supera il limite

Il superamento della soglia relativa al reddito da lavoro dipendente deve essere valutato con riferimento alle regole previste per l’accesso o la permanenza nel regime.

Non bisogna quindi pensare che ogni aumento dello stipendio determini automaticamente la chiusura della partita IVA.

La conseguenza può invece essere la perdita del regime forfettario, con il passaggio a un diverso regime fiscale quando ricorrono le condizioni previste.

Questo rende particolarmente importante il controllo della situazione reddituale ogni anno, soprattutto per chi utilizza la partita IVA come attività secondaria.

La gestione dovrebbe quindi essere programmata prima dell’inizio dell’anno fiscale e verificata periodicamente.

Secondo lavoro e partita IVA: quando il forfettario può essere conveniente

Il regime forfettario può essere interessante proprio per chi vuole avviare gradualmente un’attività autonoma senza lasciare immediatamente il lavoro principale.

La sua struttura semplificata può rendere più agevole la gestione fiscale di un’attività ancora di dimensioni contenute.

Bisogna però ricordare che il regime forfettario non consente normalmente di dedurre analiticamente ogni singola spesa sostenuta per l’attività. Il reddito viene determinato applicando il coefficiente di redditività previsto per il settore di appartenenza.

Per questo motivo la convenienza deve essere valutata considerando il rapporto tra compensi, costi effettivi, imposte e contributi previdenziali.

Un’attività secondaria con costi molto elevati potrebbe infatti richiedere un confronto con il regime ordinario.

Secondo lavoro e partita IVA: attenzione alla falsa autonomia

C’è infine un aspetto che merita particolare attenzione quando l’attività autonoma viene svolta quasi esclusivamente per il proprio datore di lavoro.

Il problema non è semplicemente avere un cliente che coincide con il datore di lavoro, ma verificare concretamente come viene svolta l’attività.

La partita IVA dovrebbe infatti corrispondere a un’attività realmente autonoma e non essere utilizzata per mascherare un rapporto che, nella sostanza, presenta caratteristiche di subordinazione.

Questo aspetto è particolarmente importante quando il lavoratore svolge le stesse mansioni, negli stessi orari e con le stesse modalità operative che caratterizzano il rapporto dipendente.

La valutazione deve essere effettuata caso per caso, considerando la concreta organizzazione del rapporto.

Secondo lavoro e partita IVA: come evitare problemi fiscali

Avere un secondo lavoro con partita IVA può essere una scelta interessante, ma richiede una buona pianificazione fiscale.

La prima cosa da fare è verificare se l’attività autonoma è compatibile con il proprio rapporto di lavoro. Successivamente occorre controllare i requisiti del regime forfettario, prestando particolare attenzione al reddito da lavoro dipendente dell’anno precedente.

Nel 2026 la soglia di riferimento è 35.000 euro, ma la disciplina deve essere letta insieme alle altre condizioni previste per il regime e alla regola relativa alla cessazione del rapporto di lavoro.

È inoltre fondamentale valutare la posizione previdenziale, perché l’attività autonoma può generare ulteriori obblighi contributivi anche quando il soggetto è già lavoratore dipendente.

Secondo lavoro e partita IVA: conclusioni

Il secondo lavoro e partita IVA possono convivere, ma non bisogna confondere la possibilità di esercitare un’attività autonoma con la possibilità di utilizzare il regime forfettario.

Nel 2026, per chi mantiene un lavoro dipendente, uno degli aspetti più importanti da controllare è la soglia di 35.000 euro di reddito da lavoro dipendente o assimilato prevista per la causa ostativa al regime forfettario.

Accanto a questa verifica devono essere considerati il limite di 85.000 euro di ricavi o compensi, le altre condizioni di accesso al regime, gli eventuali obblighi previdenziali e le regole previste dal contratto di lavoro.

La partita IVA può quindi rappresentare un ottimo strumento per trasformare un’attività secondaria in una vera opportunità professionale, ma deve essere gestita con attenzione.

Prima di aprirla è consigliabile effettuare una verifica complessiva della propria posizione fiscale, previdenziale e contrattuale, soprattutto quando l’obiettivo è utilizzare il regime forfettario.

In questo modo il secondo lavoro può diventare una possibilità concreta di crescita del reddito e, eventualmente, il primo passo verso una nuova attività professionale, senza trasformarsi in una fonte di problemi fiscali o previdenziali.

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