Una guida completa al cambio di regime fiscale, con analisi dei vantaggi e degli svantaggi per chi valuta il passaggio da forfettario a ordinario nel 2025.
Il regime forfettario è oggi il più utilizzato da professionisti e piccoli imprenditori che avviano la propria attività. La semplicità della gestione contabile, la tassazione ridotta con imposta sostitutiva al 15% o al 5% nei primi cinque anni e l’assenza di IVA rendono questa soluzione estremamente appetibile. Tuttavia, con la crescita del volume d’affari e l’aumento dei costi, molti si trovano a chiedersi se restare forfettari o passare al regime ordinario.
La scelta non è banale, perché il cambio può influenzare in maniera decisiva la tassazione complessiva, la gestione dei costi, la liquidità e le opportunità di investimento. Questo articolo analizza nel dettaglio i pro e contro del passaggio da forfettario a ordinario, mettendo a confronto le due opzioni e offrendo esempi concreti per capire quando conviene effettuare il salto.
Differenze fondamentali tra regime forfettario e ordinario
Il primo passo per decidere se passare da forfettario a ordinario è comprendere bene le differenze strutturali tra i due regimi.
Nel regime forfettario la tassazione è semplificata: il reddito imponibile si calcola applicando un coefficiente di redditività ai ricavi incassati, senza possibilità di dedurre i costi reali sostenuti. L’imposta sostitutiva (5% o 15%) ingloba IRPEF, addizionali e IRAP, mentre i contributi previdenziali rimangono comunque dovuti.
Al contrario, il regime ordinario prevede la deduzione effettiva di tutti i costi inerenti e l’applicazione delle aliquote IRPEF progressive (dal 23% al 43%). Inoltre, in ordinario si applica l’IVA, con la possibilità però di detrarla sugli acquisti.
In sintesi, il regime forfettario è conveniente quando i costi sono ridotti e i margini alti, mentre l’ordinario diventa preferibile quando le spese effettive sono elevate e la gestione dell’IVA porta vantaggi significativi.
Quando valutare il passaggio da forfettario a ordinario
La domanda chiave è: quando conviene passare da forfettario a ordinario?
Generalmente, il cambio diventa interessante in tre situazioni:
- Ricavi vicini al limite di 85.000 euro: chi è costantemente vicino al tetto massimo rischia di superarlo e di trovarsi automaticamente escluso. In questi casi, il passaggio programmato all’ordinario evita sorprese e garantisce una pianificazione fiscale più stabile.
- Costi molto elevati: se l’attività comporta spese importanti (acquisti di materiali, investimenti in attrezzature, affitti onerosi, consulenze esterne), il regime ordinario permette di dedurre tali costi e abbattere l’imponibile. Nel forfettario, invece, i costi reali non hanno alcuna rilevanza.
- Attività con forte esposizione IVA: in settori dove si sostengono molte spese con IVA, la detrazione può rappresentare un vantaggio enorme. Chi resta nel forfettario non può detrarre l’IVA e rischia di essere meno competitivo.
I pro del passaggio da forfettario a ordinario
Esaminiamo ora i vantaggi principali del passaggio a ordinario.
Un primo punto a favore riguarda la deducibilità integrale dei costi. Questo significa che chi ha spese elevate per personale, fornitori o affitti può ridurre in modo significativo il proprio reddito imponibile.
Inoltre, l’IVA diventa neutra: l’imprenditore o il professionista può addebitarla ai clienti e detrarla sugli acquisti. Questo consente di recuperare una parte importante delle spese.
Un altro aspetto positivo è la maggiore credibilità bancaria e finanziaria: i bilanci redatti con contabilità ordinaria risultano più trasparenti agli occhi di istituti di credito e investitori, facilitando l’accesso a mutui, prestiti o linee di finanziamento.
Infine, il regime ordinario può essere più equo per chi lavora in settori con margini ridotti: mentre il forfettario presuppone un reddito “standardizzato”, l’ordinario fotografa con precisione la situazione reale.
I contro del passaggio da forfettario a ordinario
Naturalmente non mancano gli svantaggi.
Il primo riguarda la complessità gestionale. Con l’ordinario entrano in gioco IVA trimestrale o mensile, ritenute, deduzioni e detrazioni, bilanci da redigere: insomma, una contabilità molto più articolata che richiede il supporto costante di un commercialista.
Il secondo punto critico sono le aliquote IRPEF progressive. Anche con la possibilità di dedurre i costi, superati certi livelli di reddito, l’imposizione può risultare ben più alta rispetto al 15% fisso del forfettario.
Infine, il passaggio può comportare una minore liquidità immediata, dato che l’IVA incassata deve essere versata allo Stato, mentre nel forfettario il fatturato è integralmente disponibile (al netto dei contributi).
Esempi pratici a confronto
Per chiarire meglio, facciamo un esempio semplificato.
Un consulente con 50.000 euro di ricavi e coefficienti di redditività al 78% paga, in regime forfettario, imposta sul 78% dei ricavi (39.000 euro). Con l’imposta sostitutiva al 15%, l’imposta sarà di 5.850 euro.
Se lo stesso consulente passa al regime ordinario, con 20.000 euro di costi reali deducibili, il reddito imponibile scende a 30.000 euro. Applicando le aliquote IRPEF progressive, il carico fiscale complessivo potrebbe essere superiore o inferiore, a seconda della presenza di detrazioni personali, carichi familiari e deduzioni contributive.
Questo esempio dimostra come non esista una risposta unica: occorre simulare caso per caso per valutare se conviene restare nel forfettario o passare all’ordinario.
La scelta strategica nel 2025
Nel 2025 il tema diventa ancora più centrale per via delle nuove regole di monitoraggio fiscale e della crescente attenzione verso chi si avvicina al limite di ricavi. L’Agenzia delle Entrate ha già previsto controlli più serrati sui forfettari con ricavi prossimi agli 85.000 euro, rendendo il passaggio programmato una scelta prudente.
Chi valuta questa transizione deve considerarla come parte di una strategia di crescita imprenditoriale. Restare nel forfettario è perfetto in una fase di avvio o di stabilità, ma passare all’ordinario può aprire la strada a espansione, assunzioni e investimenti più consistenti.
Conclusione
Il passaggio da forfettario a ordinario non è semplicemente una questione di aliquote fiscali, ma una scelta che riguarda la struttura complessiva dell’attività. Conviene a chi ha costi elevati, vuole crescere, ha necessità di accedere a finanziamenti o opera in settori con forte esposizione IVA. Resta invece meno conveniente per chi ha bassi costi, lavora da solo e ha margini alti.
La decisione andrebbe presa con l’aiuto di un commercialista, attraverso simulazioni personalizzate, perché ogni attività ha caratteristiche uniche.
Il consiglio finale è: se il tuo fatturato cresce e i costi iniziano a pesare, valuta attentamente il passaggio. Potrebbe rappresentare il vero salto di qualità per la tua carriera professionale.
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