Scegliere il regime fiscale più adatto alla propria attività non significa semplicemente cercare quello con l’aliquota più bassa. Per un professionista, un freelance o un piccolo imprenditore, la vera domanda dovrebbe essere: quanto mi rimane effettivamente dopo imposte, contributi e costi dell’attività? È proprio da questa prospettiva che bisogna valutare il regime forfettario. Il regime forfettario può offrire una gestione fiscale relativamente semplice e, in determinate situazioni, una tassazione conveniente. Tuttavia, non è automaticamente la soluzione migliore per tutti. La convenienza dipende dal livello dei compensi, dal tipo di attività, dai costi effettivamente sostenuti, dalla situazione previdenziale e dalle caratteristiche personali del contribuente.
Valutare il regime forfettario: da dove bisogna partire
Il primo errore da evitare consiste nel partire direttamente dal calcolo dell’imposta sostitutiva.
Prima di chiedersi quanto si pagherà di tasse, bisogna verificare se si possiedono effettivamente i requisiti per accedere e rimanere nel regime forfettario.
Il limite ordinario di ricavi o compensi rappresenta uno degli elementi centrali della disciplina. Ma il fatturato non è l’unico parametro da controllare: esistono infatti specifiche cause di esclusione che possono impedire l’applicazione del regime anche quando il volume di attività è compatibile con la soglia.
Per questo la verifica dovrebbe essere effettuata considerando la situazione complessiva del contribuente e non soltanto il fatturato previsto.
Valutare il regime forfettario prima di aprire la partita IVA
La valutazione è particolarmente importante quando si sta per aprire una nuova partita IVA.
Un professionista che prevede di fatturare 25.000 euro all’anno potrebbe trovarsi in una situazione molto diversa rispetto a un consulente che prevede 80.000 euro di compensi. Allo stesso modo, due professionisti con lo stesso fatturato potrebbero avere convenienze differenti a causa della diversa struttura dei costi e della posizione previdenziale.
La scelta dovrebbe quindi partire da una simulazione realistica dei primi anni di attività, evitando di basarsi esclusivamente sul fatturato ideale.
Valutare il regime forfettario considerando il coefficiente di redditività
Uno degli elementi che caratterizzano il regime forfettario è il metodo di determinazione del reddito.
Nel sistema forfetario, infatti, il reddito imponibile non viene generalmente determinato sottraendo dal fatturato tutte le spese effettivamente sostenute. Si applica invece al valore dei ricavi o compensi il coefficiente di redditività previsto per la specifica attività.
Questo aspetto cambia completamente il modo in cui bisogna ragionare sulla convenienza.
Un professionista potrebbe sostenere ogni anno 5.000 euro di costi, mentre un altro potrebbe spenderne 25.000. Nel regime forfettario, però, non è la differenza tra ricavi e costi effettivi a determinare direttamente il reddito imponibile.
Di conseguenza, prima di scegliere il regime è fondamentale conoscere il coefficiente di redditività associato alla propria attività.
Quando i costi effettivi possono incidere sulla convenienza
Immaginiamo due professionisti con un fatturato di 50.000 euro.
Il primo lavora prevalentemente da casa e sostiene costi relativamente contenuti per software, computer, formazione e strumenti digitali.
Il secondo deve invece affrontare affitto di uno studio, attrezzature professionali, collaboratori e altri costi significativi.
Anche se il fatturato è identico, la convenienza del regime potrebbe essere diversa.
Il regime forfettario, infatti, può risultare particolarmente interessante quando l’attività presenta una struttura di costi contenuta, mentre in presenza di costi elevati è opportuno confrontarlo attentamente con altri regimi fiscali.
Valutare il regime forfettario: tasse e imposta sostitutiva
Un altro elemento da considerare è l’imposta sostitutiva.
Il regime forfettario prevede, in presenza dei requisiti stabiliti dalla normativa, una tassazione sostitutiva rispetto all’IRPEF e alle relative addizionali, secondo le modalità previste dalla legge.
Per molti contribuenti l’aliquota ordinaria è del 15%, mentre in determinate situazioni di nuova attività può essere applicata l’aliquota ridotta del 5%, se vengono rispettate tutte le condizioni previste.
È però importante non fermarsi alla percentuale.
Dire che «con il forfettario pago il 15%» è infatti una semplificazione eccessiva. L’aliquota viene applicata al reddito determinato secondo le regole forfetarie, non direttamente a tutto il fatturato.
Inoltre, bisogna considerare separatamente la contribuzione previdenziale.
Valutare il regime forfettario considerando i contributi previdenziali
Una simulazione seria deve necessariamente comprendere i contributi.
Per esempio, un professionista senza una propria cassa previdenziale può essere iscritto alla Gestione Separata INPS.
Nel 2026, per i professionisti iscritti alla Gestione Separata e non assicurati presso altre forme di previdenza obbligatoria né pensionati, l’aliquota contributiva complessiva è pari al 26,07%. Per i soggetti già assicurati presso altra forma previdenziale obbligatoria o pensionati, l’aliquota prevista è invece del 24%.
La posizione previdenziale deve naturalmente essere verificata caso per caso, perché non tutti i professionisti sono iscritti alla Gestione Separata.
Per questo, quando si vuole valutare il regime forfettario, bisogna sempre inserire nel calcolo anche la propria situazione contributiva.
Valutare il regime forfettario: quanto rimane realmente in tasca?
Il dato più utile non è il fatturato, ma il reddito netto disponibile.
Supponiamo, a titolo puramente esemplificativo, che un professionista fatturi 40.000 euro.
Non significa che abbia 40.000 euro disponibili.
Da questa cifra bisogna arrivare al reddito imponibile attraverso il coefficiente di redditività, determinare i contributi previdenziali dovuti e calcolare l’imposta sostitutiva secondo le regole applicabili.
Inoltre, il professionista deve sostenere i costi reali dell’attività, anche se questi non vengono dedotti analiticamente dal reddito come avverrebbe in un regime ordinario.
È quindi molto più utile chiedersi:
«Quanto mi rimane realmente ogni mese dopo imposte, contributi e costi dell’attività?»
Questa è la domanda che permette di valutare il regime forfettario in maniera concreta.
Valutare il regime forfettario confrontandolo con la contabilità semplificata
Il confronto con la contabilità semplificata è fondamentale quando si vuole capire se il regime forfettario è davvero conveniente.
Nel regime forfettario la determinazione del reddito segue il meccanismo del coefficiente di redditività. Nella contabilità semplificata, invece, assumono maggiore rilevanza i ricavi e i costi effettivamente sostenuti, secondo le regole previste per quel regime.
Questo significa che non esiste una risposta universale.
Un professionista con pochi costi potrebbe trovare particolarmente interessante il forfettario. Un’attività caratterizzata da costi elevati potrebbe invece richiedere un confronto più approfondito.
La scelta deve quindi considerare almeno tre elementi: fatturato previsto, costi reali e posizione previdenziale.
Un esempio di confronto
Immaginiamo un professionista con 60.000 euro di compensi annui.
Nel primo scenario sostiene costi molto contenuti, pari a circa 5.000 euro.
Nel secondo scenario sostiene costi per 25.000 euro.
Il fatturato è lo stesso, ma la struttura economica dell’attività è completamente diversa.
Nel secondo caso il professionista dovrebbe valutare con maggiore attenzione se il sistema forfetario, che non consente di dedurre analiticamente tutti i costi effettivi, sia realmente conveniente rispetto a un regime nel quale la determinazione del reddito tiene conto dei costi secondo le relative regole.
L’esempio non permette di stabilire quale regime sia migliore senza conoscere codice ATECO, coefficiente di redditività, contributi e situazione personale, ma mostra perché il semplice confronto tra aliquote può essere fuorviante.
Valutare il regime forfettario considerando le spese dell’attività
Le spese rappresentano uno dei principali elementi da analizzare.
Un freelance digitale potrebbe avere costi relativamente bassi: computer, programmi, hosting, piattaforme, formazione e connessione internet.
Un professionista tecnico o un’attività commerciale potrebbe invece avere attrezzature, locali, merci, collaboratori e costi operativi molto più consistenti.
Nel regime forfettario la valutazione deve quindi essere fatta prima dell’apertura della partita IVA oppure prima di scegliere se permanere nel regime.
Non bisogna aspettare di aver sostenuto le spese per rendersi conto che il modello fiscale adottato non riflette la struttura economica dell’attività.
Valutare il regime forfettario considerando la crescita del fatturato
La convenienza non deve essere valutata soltanto per l’anno corrente.
Un’attività professionale può crescere rapidamente. Un freelance che oggi fattura 40.000 euro potrebbe prevedere di raggiungere 70.000 o 80.000 euro l’anno successivo.
È quindi importante effettuare una proiezione del fatturato.
La crescita può infatti modificare il quadro complessivo e rendere necessario rivalutare la situazione fiscale.
In particolare, avvicinandosi alle soglie previste dalla disciplina, è opportuno controllare attentamente i requisiti e le regole relative alla permanenza nel regime.
Il controllo non dovrebbe essere fatto a dicembre, ma durante tutto l’anno.
Valutare il regime forfettario e la fatturazione elettronica
Un altro elemento da includere nella valutazione riguarda gli adempimenti amministrativi.
Il regime forfettario è oggi inserito nel sistema della fatturazione elettronica, con le modalità previste dalla normativa vigente.
Per un professionista questo significa organizzare correttamente emissione, trasmissione, conservazione e gestione delle fatture.
La semplificazione del regime non significa quindi assenza di obblighi.
Anzi, una buona organizzazione amministrativa permette di controllare contemporaneamente fatturato, incassi, clienti e scadenze fiscali.
Valutare il regime forfettario analizzando anche le scadenze
Un ulteriore elemento da considerare è la gestione finanziaria delle imposte.
Nel 2026, per esempio, l’Agenzia delle Entrate indica il 30 giugno 2026 come scadenza per il versamento, in unica soluzione o come prima rata, dell’imposta sostitutiva relativa al regime forfetario, per i contribuenti interessati.
Per chi sceglie la rateizzazione, l’Agenzia indica inoltre specifiche scadenze successive, tra cui il 16 luglio 2026 per la seconda rata, con gli interessi previsti.
Per alcuni contribuenti è previsto anche il differimento dei versamenti al 20 luglio e, nei casi stabiliti, al 20 agosto con maggiorazione.
Questo dimostra quanto sia importante non considerare l’imposta come una spesa imprevedibile.
Un professionista dovrebbe accantonare periodicamente una quota degli incassi destinata a imposte e contributi, evitando di arrivare alle scadenze senza liquidità sufficiente.
Come valutare il regime forfettario prima di scegliere
Per effettuare una valutazione seria è utile costruire una simulazione annuale.
Si può partire dal fatturato previsto, applicare il coefficiente di redditività corretto e determinare il reddito forfetario. Successivamente bisogna considerare i contributi previdenziali, l’imposta sostitutiva e i costi effettivi dell’attività.
A quel punto si può confrontare il risultato con quello che deriverebbe da un diverso regime fiscale.
Non bisogna inoltre dimenticare eventuali altre fonti di reddito, rapporti di lavoro dipendente, pensioni, partecipazioni societarie o altre situazioni che possono incidere sull’accesso o sulla permanenza nel regime.
In altre parole, la convenienza non può essere determinata guardando soltanto alla partita IVA isolatamente.
Quando il regime forfettario può essere particolarmente interessante
Il regime forfettario può risultare particolarmente interessante per un’attività con costi relativamente contenuti, struttura semplice e un volume di ricavi o compensi compatibile con i requisiti previsti.
Può inoltre essere utile per chi desidera una gestione fiscale più semplice rispetto a sistemi contabili più articolati.
Questo non significa però che sia sempre la scelta migliore.
La convenienza aumenta quando il meccanismo forfetario si concilia bene con la struttura reale dell’attività.
Quando è necessario fare un confronto più approfondito
Il confronto diventa particolarmente importante quando l’attività presenta costi elevati, investimenti significativi o una struttura organizzativa complessa.
Anche chi si trova vicino alle soglie del regime dovrebbe effettuare una pianificazione più accurata.
In questi casi, il commercialista può effettuare una simulazione comparativa tra regime forfettario e altri regimi fiscali, tenendo conto della situazione concreta.
Valutare il regime forfettario: la convenienza va misurata nel tempo
La scelta del regime fiscale non dovrebbe essere considerata definitiva.
Un’attività cambia. Aumentano o diminuiscono i clienti, cambiano i prezzi, crescono i costi, possono arrivare collaboratori e possono modificarsi le condizioni personali del professionista.
Per questo è utile valutare il regime forfettario ogni anno, anche quando si è già deciso di applicarlo.
Il fatto che sia stato conveniente l’anno precedente non significa necessariamente che lo sarà anche l’anno successivo.
Una verifica periodica consente di anticipare i cambiamenti invece di subirli.
Conclusioni
Capire se il regime forfettario conviene significa andare oltre il semplice confronto tra aliquote.
La valutazione deve partire dai ricavi o compensi previsti, dal codice ATECO e dal relativo coefficiente di redditività, per poi considerare contributi previdenziali, costi effettivi, situazione personale, crescita prevista e obblighi fiscali.
Il regime forfettario può essere una soluzione molto interessante per numerosi professionisti, freelance e piccoli imprenditori, soprattutto quando l’attività presenta costi contenuti e una struttura relativamente semplice.
Ma la vera convenienza emerge soltanto quando si calcola quanto rimane effettivamente al professionista dopo tutti gli oneri.
La scelta migliore, quindi, non è necessariamente quella con l’aliquota più bassa, ma quella che permette di mantenere nel tempo un equilibrio tra tassazione, costi, semplicità amministrativa e redditività dell’attività.
Per questo, prima di aprire una partita IVA o decidere di rimanere nel regime forfettario, è sempre opportuno effettuare una simulazione personalizzata e verificare la situazione con un professionista abilitato.
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