Tutto quello che un consulente deve sapere per aprire partita IVA, scegliere il regime forfettario e gestire al meglio la propria attività.
Diventare consulente oggi rappresenta una delle scelte professionali più diffuse, sia tra i giovani laureati che tra chi decide di reinventarsi dopo anni di lavoro dipendente. L’attività di consulenza si presta a moltissimi ambiti: dal marketing alla finanza, dalla formazione alle risorse umane, fino alla consulenza tecnica e specialistica.
Per svolgere in modo regolare questa professione, è indispensabile aprire partita IVA. Ma qual è il percorso migliore per un consulente che desidera avviare la propria attività riducendo al minimo i costi fiscali e contributivi? La risposta, nella maggior parte dei casi, è il regime forfettario, il sistema agevolato che prevede una tassazione semplificata e un’imposta sostitutiva vantaggiosa.
In questa guida analizzeremo tutti i passaggi per aprire partita IVA come consulente, vedremo i requisiti del regime forfettario e forniremo esempi concreti per capire l’impatto economico di questa scelta.
Consulente e apertura della partita IVA: da dove si comincia
Un consulente che decide di lavorare in autonomia deve innanzitutto chiarire quale sia l’ambito della propria attività, perché da questo dipenderà la scelta del codice ATECO. Il codice ATECO, infatti, identifica il settore di attività e stabilisce il coefficiente di redditività che verrà utilizzato nel calcolo del reddito imponibile nel regime forfettario.
Per esempio, un consulente nel settore della formazione o delle risorse umane utilizzerà un codice ATECO diverso da un consulente informatico o da un consulente aziendale. Questa scelta, spesso sottovalutata, può incidere in maniera significativa sul carico fiscale.
Una volta individuato il codice, occorre presentare la domanda di apertura della partita IVA all’Agenzia delle Entrate, compilando il modello AA9/12. L’intera procedura può essere gestita in autonomia, ma la maggior parte dei professionisti preferisce affidarsi a un commercialista per evitare errori già in fase iniziale.
Perché un consulente dovrebbe scegliere il regime forfettario
Il regime forfettario è l’opzione più vantaggiosa per la maggior parte dei consulenti, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. I motivi principali sono la semplicità e il risparmio fiscale.
Invece di calcolare il reddito sulla base dei costi sostenuti, il forfettario utilizza un coefficiente di redditività legato al codice ATECO. Per i consulenti, questo coefficiente è spesso pari al 78%. Ciò significa che, indipendentemente dalle spese, il reddito imponibile sarà il 78% dei ricavi.
Su questo importo si applica l’imposta sostitutiva del 15%, ridotta al 5% per i primi cinque anni se si rispettano i requisiti di nuova attività. A questa tassazione si aggiungono i contributi previdenziali, che variano a seconda della cassa di appartenenza: molti consulenti versano all’INPS gestione separata, mentre chi appartiene a ordini professionali (ad esempio consulenti del lavoro) ha casse specifiche.
Il ruolo del codice ATECO per il consulente
La scelta del codice ATECO è centrale per ogni consulente che intenda lavorare con partita IVA. Oltre a stabilire il coefficiente di redditività, il codice ATECO può influenzare anche l’accesso ad agevolazioni specifiche o l’applicazione di contributi particolari.
Ad esempio:
- Consulente informatico: codice ATECO 62.02.00.
- Consulente aziendale: codice ATECO 70.22.09.
- Consulente nel settore della formazione: codice ATECO 85.59.20.
Scegliere il codice sbagliato può comportare non solo un’imposizione fiscale più pesante, ma anche contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate in caso di controlli. È quindi fondamentale valutare bene questa decisione.
Esempio pratico di calcolo delle tasse per un consulente forfettario
Per capire concretamente i vantaggi del regime forfettario, immaginiamo il caso di un consulente aziendale che fattura 40.000 euro in un anno.
- Ricavi: 40.000 €
- Reddito imponibile (78%): 31.200 €
- Imposta sostitutiva (15%): 4.680 €
- Contributi INPS gestione separata (circa 26,23%): 8.187 €
Totale carico fiscale e contributivo: circa 12.867 €.
In regime ordinario, lo stesso consulente avrebbe dovuto affrontare aliquote IRPEF progressive molto più alte e una contabilità più complessa.
Consulente e contributi previdenziali
Un tema spesso trascurato riguarda i contributi previdenziali. Ogni consulente deve valutare attentamente la propria posizione.
Chi non appartiene a un ordine professionale è iscritto alla Gestione Separata INPS. In questo caso, i contributi si calcolano sul reddito imponibile e la percentuale attuale è intorno al 26%.
Se invece il consulente appartiene a una categoria ordinistica, come nel caso dei consulenti del lavoro, dovrà iscriversi alla cassa previdenziale di riferimento. Le regole variano, ma spesso sono previste aliquote fisse e minimi contributivi obbligatori.
Il regime forfettario non incide direttamente sulle aliquote, ma consente comunque una gestione più semplice dei versamenti, che vengono effettuati insieme all’imposta sostitutiva tramite modello F24.
Errori da evitare per un consulente che apre partita IVA
Molti consulenti commettono errori all’inizio della propria attività. Uno dei più frequenti è non monitorare i limiti di ricavi (85.000 euro), oltre i quali si perde il diritto al forfettario.
Un altro errore comune è considerare il regime forfettario come totalmente “senza obblighi”. È vero che non è richiesta una contabilità ordinaria, ma il consulente deve comunque emettere correttamente le fatture elettroniche, conservare i documenti e rispettare tutte le scadenze fiscali.
Infine, è importante pianificare i versamenti degli acconti e del saldo. Non farlo può generare sanzioni e interessi.
Consulente e crescita professionale: quando conviene lasciare il forfettario
Il regime forfettario è ideale per iniziare, ma non sempre rappresenta la soluzione migliore a lungo termine. Un consulente che cresce professionalmente e supera i limiti di ricavi deve valutare se passare al regime ordinario o addirittura trasformare la propria attività in SRL.
La scelta dipende da molti fattori: il volume dei ricavi, le spese sostenute, la necessità di assumere collaboratori o la volontà di presentarsi con una veste societaria più strutturata.
In ogni caso, conoscere i vantaggi e i limiti del forfettario consente al consulente di pianificare con consapevolezza la propria evoluzione professionale.
Conclusioni
Aprire partita IVA come consulente rappresenta un passo fondamentale per chi vuole intraprendere un’attività autonoma e indipendente. Il regime forfettario offre un’opportunità unica per iniziare con un carico fiscale ridotto e una gestione amministrativa semplificata.
Tuttavia, ogni consulente deve essere consapevole delle regole, delle soglie di reddito e delle responsabilità legate ai contributi previdenziali. Prepararsi fin dall’inizio con la giusta pianificazione, il codice ATECO corretto e l’assistenza di un consulente fiscale può fare la differenza tra un percorso sereno e un’attività piena di ostacoli.
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