Regime forfettario e acconti troppo alti: quando è possibile ridurre il secondo acconto

Quando si avvicina la scadenza del secondo acconto, molti professionisti che lavorano con partita IVA si trovano davanti a un problema di liquidità: l’importo calcolato sulla base dell’anno precedente può sembrare troppo elevato rispetto a quanto stanno effettivamente guadagnando nell’anno in corso. È proprio in questa situazione che diventa importante capire come funziona il rapporto tra regime forfettario e acconti troppo alti e, soprattutto, quando è possibile ridurre legalmente l’importo da versare. L’acconto, infatti, non rappresenta una nuova imposta. Si tratta di un anticipo sull’imposta che sarà dovuta per l’anno in corso. Nel regime forfettario, come negli altri sistemi fiscali, esistono regole precise per determinare questo anticipo. In determinate circostanze il contribuente può scegliere di non basarsi esclusivamente sul dato storico dell’anno precedente, ma utilizzare il cosiddetto metodo previsionale, stimando l’imposta che sarà effettivamente dovuta nell’anno in corso. La possibilità è particolarmente interessante quando il fatturato è diminuito, l’attività ha subito un rallentamento oppure sono cambiate le condizioni che avevano determinato un’imposta più elevata nell’anno precedente. La riduzione, però, non deve essere effettuata in modo arbitrario: una previsione eccessivamente bassa può comportare conseguenze fiscali.

Forfettario e acconti troppo alti: perché il secondo acconto può sembrare eccessivo

Per capire perché il secondo acconto possa risultare particolarmente pesante bisogna distinguere tra saldo e acconto. Il saldo serve a chiudere definitivamente i conti relativi all’anno precedente. L’acconto, invece, rappresenta un anticipo sull’imposta dell’anno in corso. Di conseguenza, quando il contribuente effettua i versamenti collegati alla dichiarazione, può trovarsi contemporaneamente a pagare ciò che manca per il periodo precedente e ad anticipare una parte dell’imposta futura.

Il problema diventa evidente quando l’attività ha avuto un andamento molto diverso tra un anno e l’altro. Se, per esempio, un professionista ha avuto compensi elevati nel 2025 ma nel 2026 sta registrando una significativa riduzione degli incassi, il dato storico può portare a un acconto apparentemente sproporzionato rispetto alla situazione attuale. Il calendario fiscale 2026 prevede il 30 novembre come termine per il secondo o unico acconto per i contribuenti con modello Redditi.

Il secondo acconto non è una tassa aggiuntiva

Un errore frequente consiste nel considerare il secondo acconto come una sorta di ulteriore imposta da pagare. In realtà, l’acconto viene successivamente scomputato dall’imposta effettivamente dovuta. Se il contribuente versa più acconti rispetto all’imposta finale, la differenza può determinare un credito secondo le modalità previste dalla normativa. Questo non significa, però, che sia sempre conveniente versare molto più del necessario. Un acconto eccessivo può infatti rappresentare una immobilizzazione temporanea di liquidità che, soprattutto per un freelance o un piccolo professionista, potrebbe essere utilizzata per affrontare spese correnti, investimenti o altri obblighi fiscali.

Forfettario e acconti troppo alti: quando si può usare il metodo previsionale

Il punto centrale del problema forfettario e acconti troppo alti è il cosiddetto metodo previsionale. Il metodo storico utilizza come riferimento l’imposta risultante dalla dichiarazione dell’anno precedente. Il metodo previsionale, invece, consente di determinare l’acconto sulla base dell’imposta che si prevede di dover effettivamente pagare per l’anno in corso. La logica è quindi molto semplice: se il reddito previsto per l’anno è significativamente inferiore rispetto a quello dell’anno precedente, può essere possibile ridurre l’ammontare dell’acconto.

La stessa Agenzia delle Entrate, nelle istruzioni relative agli acconti, contempla la possibilità di indicare una misura inferiore quando il contribuente ritiene che l’importo effettivamente dovuto sarà più basso. Questo principio deve essere applicato con attenzione anche al regime forfettario, tenendo conto delle regole specifiche di determinazione dell’imposta sostitutiva.

Forfettario e acconti troppo alti: non basta dire che il fatturato è diminuito

Un aspetto fondamentale è che la semplice riduzione del fatturato non determina automaticamente la possibilità di dimezzare il secondo acconto. Il calcolo deve partire dalla previsione dell’imposta effettivamente dovuta, non soltanto dalla differenza tra gli incassi di un anno e quelli dell’anno precedente. Nel regime forfettario, infatti, il reddito fiscale viene determinato applicando il coefficiente di redditività previsto per l’attività ai compensi percepiti. Bisogna quindi considerare l’andamento dei compensi dell’anno, le eventuali altre componenti rilevanti, i contributi previdenziali e gli altri elementi che incidono sul calcolo dell’imposta sostitutiva. La previsione deve essere quindi complessiva e non basata su un singolo dato.

Forfettario e acconti troppo alti: come funziona il metodo storico

Il metodo storico è quello più semplice da comprendere perché parte da un dato già conosciuto. In linea generale, l’acconto viene determinato prendendo come riferimento l’imposta dovuta per il periodo precedente secondo le regole fiscali applicabili. Per chi è in regime forfettario, il riferimento riguarda naturalmente l’imposta sostitutiva.

Il vantaggio principale è la certezza del dato di partenza. Non è necessario prevedere quanto si incasserà nell’anno corrente, perché il calcolo utilizza una situazione fiscale già definita. Lo svantaggio emerge quando l’attività cambia significativamente. Se il 2025 è stato un anno particolarmente positivo e il 2026 è invece caratterizzato da una forte contrazione dei compensi, il metodo storico può determinare un acconto superiore rispetto all’imposta che il contribuente prevede effettivamente di dover pagare. È in questo tipo di situazione che il metodo previsionale può diventare uno strumento utile.

Come ridurre il secondo acconto nel regime forfettario

Quando si valuta una riduzione del secondo acconto, il passaggio fondamentale consiste nel fare una simulazione aggiornata dell’imposta 2026. Immaginiamo un professionista che, sulla base dei dati dell’anno precedente, si trovi con un acconto complessivo previsto di 4.000 euro. Durante il 2026, però, l’attività subisce un forte rallentamento e il professionista prevede che l’imposta sostitutiva effettivamente dovuta per l’intero anno sarà pari a circa 2.000 euro. Se ha già versato 1.600 euro come prima rata di acconto, non avrebbe senso ragionare semplicemente sui 4.000 euro originariamente determinati con il metodo storico. Occorre invece verificare, attraverso il metodo previsionale, quale sia l’acconto complessivamente necessario sulla base dell’imposta prevista e sottrarre quanto già versato. L’esempio è volutamente semplificato, ma permette di comprendere il principio: il secondo acconto non viene semplicemente “tagliato” a piacere. Viene ricalcolato sulla base della previsione dell’imposta complessiva e tenendo conto di quanto già versato.

Forfettario e acconti troppo alti: attenzione alla previsione dell’imposta

Il principale rischio del metodo previsionale è quello di effettuare una stima troppo ottimistica. Supponiamo che il professionista preveda di chiudere l’anno con compensi molto bassi e decida quindi di ridurre fortemente il secondo acconto. Se, nei mesi successivi, gli incassi aumentano e l’imposta definitiva risulta significativamente più elevata rispetto a quella stimata, potrebbe emergere una differenza da versare.

La riduzione dell’acconto, quindi, non deve essere utilizzata come semplice strumento per rinviare il pagamento. È necessario che la previsione sia ragionevole, aggiornata e supportata dai dati disponibili. Più ci si avvicina alla fine dell’anno, maggiore è normalmente la quantità di informazioni che il contribuente può utilizzare per effettuare una stima attendibile.

Quali dati controllare prima di ridurre il secondo acconto

Per effettuare una previsione corretta è utile partire dai compensi già incassati nell’anno, aggiungendo una stima realistica degli incassi attesi fino alla fine del periodo d’imposta. Per un professionista in regime forfettario è poi necessario applicare il corretto coefficiente di redditività, determinare il reddito fiscale previsto e calcolare l’imposta sostitutiva. Bisogna inoltre considerare i contributi previdenziali, perché possono incidere sulla determinazione del reddito imponibile secondo le regole previste per il regime. Una previsione seria dovrebbe quindi essere costruita sulla situazione reale dell’attività e non semplicemente sulla sensazione che “quest’anno sto guadagnando meno”.

Forfettario e acconti troppo alti: un calo del fatturato può giustificare la riduzione?

Un calo dei compensi può essere certamente uno dei motivi per cui il metodo previsionale diventa interessante, ma bisogna valutarne l’entità e le conseguenze sul calcolo fiscale. Immaginiamo un professionista che nel 2025 abbia incassato 50.000 euro e nel 2026 preveda di arrivare soltanto a 30.000 euro. In questo caso la differenza è significativa e può rendere opportuno un nuovo calcolo dell’imposta prevista.

Diversa sarebbe la situazione di chi ha incassato 50.000 euro nel 2025 e prevede 47.000 euro nel 2026. Una differenza relativamente contenuta potrebbe non giustificare una riduzione aggressiva dell’acconto, soprattutto se gli incassi degli ultimi mesi sono difficili da prevedere. Il punto non è quindi stabilire una percentuale standard di riduzione, ma determinare nel modo più attendibile possibile l’imposta prevista.

Secondo acconto del forfettario: quale codice tributo utilizzare

Nel 2026 il secondo acconto dell’imposta sostitutiva del regime forfettario utilizza il codice tributo 1791, denominato dall’Agenzia delle Entrate “Imposta sostitutiva sul regime forfetario – acconto seconda rata o in unica soluzione”. Il codice 1790 riguarda invece la prima rata dell’acconto, mentre il 1792 è riferito al saldo. Questa distinzione è importante perché il pagamento di un acconto ridotto attraverso il metodo previsionale non cambia la natura del versamento. Prima di effettuare l’F24 è quindi opportuno controllare codice tributo, anno di riferimento e importo, soprattutto quando l’importo è stato ricalcolato rispetto a quello inizialmente risultante dalla dichiarazione.

Regime forfettario e acconti troppo alti: attenzione a imposte e contributi

Un altro aspetto da non trascurare riguarda la distinzione tra acconto dell’imposta sostitutiva e acconto dei contributi previdenziali. Il fatto che un professionista possa ridurre l’acconto fiscale attraverso una previsione dell’imposta non significa automaticamente che possa ridurre nella stessa misura anche i contributi.

Le due componenti seguono infatti regole diverse e devono essere analizzate separatamente. Questo è particolarmente importante per chi lavora in regime forfettario come professionista iscritto alla Gestione Separata INPS o a una specifica cassa previdenziale. Prima di modificare un importo, è quindi necessario capire esattamente quale pagamento si sta ricalcolando.

Cosa succede se il secondo acconto viene ridotto troppo

Il metodo previsionale comporta un rischio: la previsione potrebbe risultare inferiore all’imposta effettivamente dovuta. In questo caso, al momento del saldo dell’anno successivo, emergerà una somma ulteriore da versare. A seconda della situazione concreta, possono inoltre entrare in gioco sanzioni e interessi collegati a un insufficiente versamento dell’acconto. Per questo motivo, ridurre il secondo acconto non significa semplicemente scegliere l’importo che si desidera pagare. È necessario rispettare le regole del metodo previsionale e determinare l’importo sulla base di una stima attendibile. Quando la differenza economica è modesta, potrebbe essere preferibile mantenere un certo margine di prudenza. Quando invece l’attività ha subito un cambiamento radicale, la valutazione può essere diversa.

Un esempio completo: quando il secondo acconto può scendere

Supponiamo che un professionista in regime forfettario abbia avuto nel 2025 un’attività particolarmente intensa. L’imposta utilizzata come riferimento determina un acconto complessivo di 5.000 euro per il 2026. Durante il 2026, però, il professionista perde alcuni clienti importanti e registra una riduzione significativa dei compensi. Dopo aver analizzato gli incassi già realizzati e quelli ragionevolmente attesi nei mesi successivi, stima che l’imposta sostitutiva effettivamente dovuta per il 2026 sarà pari a 2.800 euro.

Se nel corso dell’anno ha già versato 2.000 euro di primo acconto, il secondo acconto non dovrebbe essere valutato semplicemente partendo dai 5.000 euro originari. Il metodo previsionale consente infatti di ragionare sull’imposta complessivamente prevista per l’anno, sottraendo quanto già versato. In questo esempio, la differenza teorica sarebbe di 800 euro. L’importo effettivamente dovuto deve però essere verificato sulla base della dichiarazione, delle regole applicabili e di tutti gli elementi che incidono sul calcolo.

Regime forfettario e acconti troppo alti: quando è meglio non ridurre

Il metodo previsionale non dovrebbe essere utilizzato quando la stima dell’anno è troppo incerta. Se, per esempio, un professionista ha già sottoscritto nuovi contratti, sta acquisendo numerosi clienti oppure prevede incassi importanti negli ultimi mesi dell’anno, una riduzione dell’acconto basata soltanto sul rallentamento registrato fino a quel momento potrebbe rivelarsi poco prudente. Lo stesso vale quando la differenza rispetto all’acconto storico è minima. In una situazione di forte incertezza, pagare un importo leggermente superiore può evitare di trovarsi successivamente con un debito fiscale inatteso. La decisione dovrebbe quindi essere basata non soltanto sull’esigenza di preservare liquidità, ma anche sulla qualità della previsione.

Come comportarsi prima del secondo acconto di novembre

Il momento migliore per verificare se l’acconto è troppo alto non è il giorno della scadenza. Un professionista dovrebbe arrivare a novembre con una situazione aggiornata dei compensi incassati, delle fatture ancora da incassare, delle prospettive di lavoro e della propria posizione previdenziale. In questo modo diventa possibile confrontare il metodo storico con quello previsionale. Per il 2026 la scadenza ordinaria del secondo o unico acconto è fissata al 30 novembre. A quel punto, se la previsione evidenzia una riduzione significativa dell’imposta rispetto al dato storico, si può valutare il metodo previsionale. Se invece i dati sono incerti, è opportuno procedere con maggiore prudenza.

Regime forfettario e acconti troppo alti: la riduzione va calcolata, non improvvisata

Il rapporto tra regime forfettario e acconti troppo alti diventa particolarmente importante quando l’andamento dell’attività cambia da un anno all’altro. Il contribuente non è necessariamente obbligato a utilizzare sempre e comunque il dato storico. Quando l’imposta prevista per l’anno in corso è inferiore, il metodo previsionale può consentire di determinare un acconto più aderente alla situazione effettiva. La possibilità, però, deve essere utilizzata con attenzione. Una previsione troppo bassa può trasformare un vantaggio immediato di liquidità in un problema fiscale successivo.

La soluzione più corretta consiste quindi nel fare una simulazione dell’imposta annuale, considerando compensi, coefficiente di redditività, contributi previdenziali e quanto già versato come primo acconto. Soltanto dopo questa verifica si può stabilire se il secondo versamento possa essere effettivamente ridotto. Per chi lavora in regime forfettario, il metodo previsionale può quindi rappresentare uno strumento utile per evitare di anticipare somme eccessive rispetto all’imposta realmente attesa, ma deve essere utilizzato sulla base di numeri aggiornati e di una previsione ragionevole, non semplicemente per avere più liquidità disponibile nel breve periodo.

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