Regime forfettario e commercianti: contributi INPS, minimali e convenienza

Per chi apre o gestisce un’attività di vendita, il rapporto tra regime forfettario e commercianti è uno dei temi fiscali più importanti del 2026. Il motivo è semplice: nel commercio il forfettario è spesso vantaggioso per la tassazione, ma i contributi INPS della Gestione Artigiani e Commercianti restano una componente pesante e quasi inevitabile del costo complessivo. L’Agenzia delle Entrate conferma che il regime forfetario continua a essere applicabile fino a 85.000 euro di ricavi o compensi, con uscita immediata oltre 100.000 euro, mentre il reddito si determina applicando il coefficiente di redditività previsto dalla tabella ATECO.

Nel 2026 la convenienza del regime forfettario per i commercianti va quindi letta con attenzione. Da un lato c’è la semplicità fiscale, con un’imposta sostitutiva del 15% o del 5% nei casi previsti dalla legge; dall’altro ci sono i contributi previdenziali INPS, che restano dovuti secondo le regole della Gestione Artigiani e Commercianti. L’INPS ha pubblicato gli importi per il 2026 e ha confermato che le aliquote contributive di finanziamento sono fissate al 24% per gli artigiani e al 24,48% per i commercianti, con ulteriori regole sul minimale di reddito e sulle scadenze di versamento.

Forfettario e commercianti: cosa cambia nel 2026

Nel tema forfettario e commercianti, il primo punto da chiarire è che il commerciante in regime agevolato non smette di avere obblighi previdenziali solo perché il regime fiscale è semplificato. Il regime forfettario semplifica il calcolo delle imposte dirette, ma non cancella l’iscrizione alla Gestione Artigiani e Commercianti, né le contribuzioni fisse e variabili collegate al reddito. L’INPS, nella comunicazione del 9 febbraio 2026, richiama infatti gli importi dovuti per il 2026, le aliquote di riferimento e il fatto che i contributi vanno versati mediante F24 secondo le scadenze indicate nella circolare.

Per i commercianti, la convenienza dipende quindi da un equilibrio molto concreto: il fatturato, il margine reale dell’attività, la soglia di permanenza nel forfettario e il peso dei contributi INPS. Il regime può essere ottimo quando i costi di struttura sono bassi e i ricavi non sono troppo compressi dalle commissioni o dagli acquisti, ma diventa meno leggero se il margine è stretto e il contributo previdenziale assorbe una parte consistente del guadagno. Questa lettura non è teorica: è la conseguenza diretta della struttura del regime e delle aliquote 2026 pubblicate dagli enti competenti.

Forfettario e commercianti: il coefficiente di redditività del 40%

Nel forfettario e commercianti, il calcolo del reddito imponibile parte dal coefficiente di redditività. La tabella ufficiale dell’Agenzia delle Entrate indica che per il commercio all’ingrosso e al dettaglio il coefficiente è del 40% per molte attività ricomprese nei codici ATECO del commercio al dettaglio e all’ingrosso.

Questo significa che, in termini pratici, non si tassa tutto il fatturato, ma solo il 40% dei ricavi. Se un commerciante incassa 60.000 euro in un anno, il reddito imponibile forfettario sarà 24.000 euro prima dei contributi previdenziali. Questo meccanismo aiuta a capire perché il forfettario può essere conveniente per il commercio, ma anche perché la convenienza non si misura solo sulla tassa finale: il contributo INPS resta una voce essenziale da mettere a budget. La struttura del regime è definita proprio dalla combinazione tra coefficiente di redditività e imposta sostitutiva, come ribadito dalle istruzioni e dai documenti dell’Agenzia delle Entrate.

Forfettario e commercianti: contributi INPS e minimali 2026

La parte più delicata del rapporto tra forfettario e commercianti è quasi sempre quella dei contributi INPS. L’INPS ha confermato per il 2026 che l’aliquota di finanziamento delle gestioni pensionistiche è pari al 24% per gli artigiani e al 24,48% per i commercianti; quest’ultima aliquota incorpora anche l’aliquota aggiuntiva dello 0,48% destinata all’indennizzo in caso di cessazione dell’attività commerciale senza diritto alla pensione di vecchiaia, oltre al contributo per maternità pari a 0,62 euro mensili.

L’INPS specifica inoltre che i contributi vanno calcolati sui minimali e massimali di reddito e che gli importi si versano con i modelli F24. Sempre nella comunicazione 2026, l’Istituto ricorda che gli over 65 già pensionati continuano a beneficiare della riduzione del 50% degli importi dovuti.

Forfettario e commercianti: quando il minimale pesa davvero

Per capire quanto pesa il minimale, bisogna ricordare che il 2026 conferma un minimale di reddito utile per l’accredito contributivo pari a 18.808,00 euro per la Gestione commercianti e artigiani, come richiamato dall’INPS nelle istruzioni e nelle circolari di sistema.

Da questi dati si ricava il cuore del problema: anche un commerciante in regime forfettario che fatturi poco non è esente dai contributi minimi. In pratica, il minimale fa sì che il costo previdenziale non scenda sotto una certa soglia, salvo riduzioni specifiche previste per categorie particolari. Per un’attività commerciale in fase iniziale, questo può incidere molto sulla liquidità; per un’attività già avviata, invece, è un costo strutturale da considerare nel prezzo di vendita.

Se si prende come riferimento il minimale di 18.808 euro, la contribuzione teorica su base minima risulta molto significativa. Calcolando il 24% per gli artigiani si ottiene un importo di 4.513,92 euro, a cui l’INPS aggiunge il contributo maternità mensile; per i commercianti, con aliquota complessiva del 24,48%, l’importo minimo teorico sale ancora, sempre prima delle eventuali riduzioni o agevolazioni. Si tratta di un calcolo utile per capire la convenienza del regime, anche se la cifra finale dipende dalle regole concrete della gestione previdenziale e dal profilo del soggetto iscritto.

Forfettario e commercianti: come leggere la convenienza reale

La convenienza del forfettario e commercianti non si esaurisce nel confronto tra aliquota fiscale e aliquota INPS. Bisogna guardare il margine vero dell’attività. Un commerciante che lavora con margini molto bassi potrebbe trovarsi con un vantaggio fiscale apparente ma con un costo previdenziale che riduce molto il reddito netto. Al contrario, chi ha un buon margine e costi gestibili beneficia pienamente del 40% di imponibile forfettario e della semplicità contabile del regime.

Un altro elemento da valutare è la crescita del fatturato. Il forfettario resta valido fino a 85.000 euro, ma il commercio può crescere rapidamente, soprattutto online o con vendite ripetute. In caso di superamento della soglia, il contribuente esce dal regime e passa a una fiscalità ordinaria più complessa. L’Agenzia delle Entrate conferma la soglia di permanenza e l’uscita immediata oltre 100.000 euro.

Forfettario e commercianti: il caso degli over 65 già pensionati

Un aspetto interessante della normativa 2026 riguarda gli over 65 già pensionati. L’INPS conferma che gli artigiani e gli esercenti attività commerciali già pensionati presso le gestioni dell’Istituto continuano a beneficiare anche nel 2026 della riduzione del 50% dei contributi dovuti.

Per chi rientra in questa categoria, il tema forfettario e commercianti cambia sensibilmente: il costo previdenziale diventa più sostenibile e il regime forfettario può risultare molto più conveniente, soprattutto se l’attività ha una struttura leggera e un buon flusso di vendite. È una delle situazioni in cui il bilanciamento tra regime fiscale e previdenza tende davvero a favore del contribuente.

Forfettario e commercianti: esempio pratico di calcolo

Per rendere concreto il ragionamento, immaginiamo un commerciante che nel 2026 incassi 50.000 euro. Applicando il coefficiente del 40%, il reddito imponibile forfettario è pari a 20.000 euro. Su questa base si applica l’imposta sostitutiva, ma prima bisogna considerare i contributi INPS della Gestione Commercianti, che nel 2026 sono regolati dall’aliquota del 24,48% e dal minimale di reddito richiamato dall’INPS.

L’esempio mostra bene perché il forfettario e commercianti richiede una pianificazione preliminare. Il fatturato non coincide con il reddito, il reddito non coincide con il netto, e il netto non coincide con ciò che resta dopo il pagamento di tutti gli oneri. Solo chi tiene insieme queste tre dimensioni può capire davvero se il regime conviene.

Conclusione

Nel 2026, il rapporto tra regime forfettario e commercianti resta molto interessante, ma va letto con attenzione. Il coefficiente di redditività del 40% per molte attività di commercio, la soglia di 85.000 euro, l’uscita oltre 100.000 euro, le aliquote INPS del 24% per gli artigiani e del 24,48% per i commercianti, insieme al minimale di reddito e alle riduzioni per gli over 65 pensionati, costruiscono un quadro che può essere favorevole, ma solo se viene pianificato bene.

La vera domanda, quindi, non è soltanto se il forfettario sia possibile, ma se sia adatto al tipo di attività, ai margini e alla struttura dei costi. Per molti commercianti lo è; per altri, meno. La differenza la fa sempre il calcolo complessivo.

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