Negli ultimi anni, il settore sportivo è stato interessato da un cambiamento profondo e strutturale. La riforma dello sport ha riscritto le regole del lavoro sportivo, superando definitivamente il vecchio sistema dei compensi sportivi dilettantistici così come erano intesi in passato. Questo ha avuto un impatto diretto su migliaia di istruttori, allenatori, preparatori atletici, collaboratori e figure tecniche che oggi si trovano davanti a una scelta cruciale: continuare come collaboratori sportivi oppure aprire partita IVA.
In questo scenario, il regime forfettario emerge come uno degli strumenti più discussi e valutati. Non sempre, però, aprire partita IVA è la scelta giusta, né lo è per tutti allo stesso modo. Capire quando conviene davvero farlo richiede una lettura attenta della riforma, delle soglie di esenzione e delle regole fiscali e contributive.
Riforma dello sport: cosa è cambiato per chi lavora nello sport
La riforma dello sport ha introdotto una definizione chiara di lavoratore sportivo, riconoscendo dignità giuridica e tutele a chi opera stabilmente nel settore. Allenatori, istruttori, atleti, direttori tecnici e molte altre figure non sono più inquadrate in modo “ibrido”, ma rientrano in rapporti di lavoro regolamentati.
Uno degli elementi centrali della riforma è l’introduzione di soglie di esenzione fiscali e contributive, che convivono con forme di lavoro autonomo e, in alcuni casi, con l’attività in regime forfettario.
Questo nuovo assetto ha reso meno automatica l’apertura della partita IVA, ma allo stesso tempo ha reso più strategica la scelta di farlo.
Regime forfettario e riforma dello sport: le soglie di esenzione da conoscere
Per comprendere il rapporto tra regime forfettario e riforma dello sport, bisogna partire dalle soglie di esenzione introdotte dalla normativa.
Nel lavoro sportivo dilettantistico:
- i compensi fino a 15.000 euro annui sono esenti da IRPEF;
- i compensi fino a 5.000 euro annui sono esenti da contributi previdenziali.
Queste soglie rendono, in molti casi, non conveniente aprire subito partita IVA, soprattutto per chi svolge attività sportiva in modo saltuario o come secondo lavoro.
Il punto di svolta arriva quando l’attività diventa continuativa, economicamente rilevante o si affianca ad altre attività professionali.
Quando la riforma dello sport spinge verso l’apertura della partita IVA
La riforma dello sport non impone automaticamente l’apertura della partita IVA, ma crea un contesto in cui questa scelta diventa progressivamente più sensata.
Aprire partita IVA nel settore sportivo inizia a essere conveniente quando:
- i compensi superano stabilmente le soglie di esenzione;
- l’attività sportiva diventa la principale fonte di reddito;
- si lavora con più ASD/SSD o con clienti privati;
- si svolgono anche attività non qualificabili come lavoro sportivo.
In questi casi, il regime forfettario rappresenta spesso la soluzione più equilibrata per gestire la transizione.
Regime forfettario e riforma dello sport: perché il forfettario è spesso la scelta naturale
Il regime forfettario è particolarmente adatto a chi lavora nel settore sportivo per una serie di motivi strutturali. Molti professionisti sportivi hanno:
- costi contenuti;
- assenza di dipendenti;
- attività basate prevalentemente sulla prestazione personale.
Il regime forfettario consente di:
- non applicare l’IVA;
- non subire ritenuta d’acconto;
- determinare il reddito in modo semplificato tramite coefficiente di redditività;
- pagare un’unica imposta sostitutiva del 15% o del 5% nei primi anni.
Nel contesto post riforma dello sport, questo rende il forfettario uno strumento estremamente flessibile.
Riforma dello sport e partita IVA: attenzione alla distinzione delle attività
Uno degli aspetti più delicati riguarda la distinzione tra lavoro sportivo e attività autonoma. La riforma dello sport disciplina i compensi da lavoro sportivo, ma non copre automaticamente tutte le attività svolte da chi opera nel settore.
Ad esempio:
- lezioni private fuori da ASD/SSD;
- consulenze sportive;
- formazione;
- attività online o digitali.
Queste attività possono richiedere l’apertura della partita IVA e, se ne ricorrono i requisiti, l’adozione del regime forfettario.
È fondamentale non confondere i due ambiti, perché una gestione errata può portare a contestazioni fiscali.
Regime forfettario e riforma dello sport: esempio
Immaginiamo un istruttore sportivo che percepisce:
- 12.000 euro annui da una ASD come lavoro sportivo;
- 18.000 euro da lezioni private e consulenze.
I primi 12.000 euro rientrano nelle esenzioni previste dalla riforma dello sport. I 18.000 euro, invece, non sono qualificabili come lavoro sportivo e richiedono una partita IVA.
In questo caso, il regime forfettario consente di:
- separare correttamente i redditi;
- applicare una tassazione chiara e prevedibile;
- lavorare in regola senza rinunciare alle agevolazioni.
Riforma dello sport, contributi e regime forfettario
Un altro punto cruciale riguarda i contributi previdenziali. Nel lavoro sportivo, la contribuzione segue regole specifiche. Nel regime forfettario, invece, i contributi dipendono dall’inquadramento previdenziale e si calcolano sul reddito forfettario.
I contributi nel regime forfettario:
- sono obbligatori;
- sono deducibili dal reddito;
- incidono sull’imposta sostitutiva.
La gestione corretta dei contributi è uno degli elementi che più influisce sulla convenienza reale dell’apertura della partita IVA nel settore sportivo.
Riforma dello sport e controlli: perché la scelta va fatta con criterio
Con la riforma dello sport, i controlli sono aumentati e diventati più mirati. L’Agenzia delle Entrate e l’INPS incrociano sempre più spesso i dati tra compensi sportivi, fatturazione e contributi.
Aprire una partita IVA solo “per sicurezza”, senza una reale necessità, può essere inutile. Al contrario, non aprirla quando serve può portare a problemi ben più seri.
Il rapporto tra regime forfettario e riforma dello sport va quindi valutato con attenzione, caso per caso.
Quando NON conviene aprire partita IVA dopo la riforma dello sport
Non sempre la riforma dello sport rende conveniente l’apertura della partita IVA. Se:
- i compensi restano sotto le soglie di esenzione;
- l’attività è saltuaria;
- non esiste una vera organizzazione autonoma,
aprire partita IVA può risultare più oneroso che utile, anche con il regime forfettario.
La scelta va sempre fatta guardando al reddito complessivo, alla continuità dell’attività e agli obiettivi professionali.
Regime forfettario e riforma dello sport come strumenti di pianificazione
Nel nuovo contesto normativo, regime forfettario e riforma dello sport diventano strumenti di pianificazione, non semplici opzioni fiscali. Consentono di costruire percorsi graduali, partendo dalle collaborazioni sportive e arrivando, quando serve, a un’attività autonoma strutturata.
La chiave è la progressività: non forzare le scelte, ma anticiparle quando l’attività cresce.
Conclusione
La riforma dello sport ha cambiato profondamente il modo di lavorare nel settore sportivo. Ha introdotto tutele, regole e soglie di esenzione, ma ha anche reso più evidente il momento in cui aprire partita IVA diventa conveniente.
Il regime forfettario è spesso la risposta giusta, ma solo se inserita in una strategia coerente con il tipo di attività svolta. Non è una soluzione universale, ma uno strumento potente se usato con consapevolezza.
Capire quando aprire partita IVA nel settore sportivo significa oggi capire la riforma, non subirla.
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