Negli ultimi anni le criptovalute sono diventate uno strumento di pagamento sempre più diffuso anche nel mondo del lavoro autonomo. Sempre più professionisti digitali, freelance e consulenti ricevono pagamenti in Bitcoin, Ethereum o altre valute virtuali per servizi svolti online. Questa evoluzione solleva però una domanda importante dal punto di vista fiscale: come vengono gestiti gli incassi in criptovalute quando si lavora con partita IVA in regime forfettario?
Incassi in criptovalute e regime forfettario: cosa dice la normativa fiscale
Il primo punto da chiarire riguarda la natura fiscale delle criptovalute. In Italia le criptovalute non sono considerate una moneta ufficiale ma asset digitali o strumenti assimilabili a valute estere ai fini fiscali. Questo significa che ricevere incassi in criptovalute per una prestazione professionale non cambia la natura del reddito percepito: il compenso rimane comunque un reddito da lavoro autonomo.
Ciò che conta, infatti, non è la modalità di pagamento ma il valore economico del compenso ricevuto. Quando un professionista riceve un pagamento in criptovaluta, il valore da considerare fiscalmente è il controvalore in euro nel momento dell’incasso. Ad esempio, se un consulente riceve 0,01 Bitcoin e nel giorno della transazione il valore di 1 BTC è pari a 60.000 euro, il compenso da dichiarare sarà pari a 600 euro.
Questo importo sarà quello da utilizzare per:
- la fatturazione
- il calcolo del reddito imponibile
- la determinazione delle imposte nel regime forfettario
Come funzionano gli incassi in criptovalute nel regime forfettario
Il regime forfettario è un sistema fiscale semplificato destinato alle partite IVA individuali con ricavi fino a 85.000 euro annui. La caratteristica principale di questo regime è che il reddito imponibile non viene calcolato sottraendo le spese effettive, ma applicando un coefficiente di redditività al totale dei compensi percepiti.
Quando si ricevono incassi in criptovalute, il funzionamento resta esattamente lo stesso. Il valore in euro della criptovaluta ricevuta viene sommato agli altri compensi percepiti durante l’anno e contribuisce alla formazione del reddito imponibile.
Questo significa che, dal punto di vista fiscale, non esiste alcuna differenza tra:
- pagamento tramite bonifico
- pagamento tramite carta
- pagamento in criptovalute
Il fattore determinante è sempre il valore economico del compenso nel momento dell’incasso.
Incassi in criptovalute e fatturazione nel regime forfettario
Uno degli aspetti più importanti da comprendere riguarda la fatturazione. Anche se il pagamento avviene in criptovaluta, la fattura deve essere sempre emessa in euro. La normativa italiana richiede infatti che tutte le fatture elettroniche riportino l’importo espresso in valuta ufficiale.
Quando si ricevono incassi in criptovalute, la procedura corretta è la seguente: il professionista calcola il valore della criptovaluta al momento della transazione e riporta il corrispettivo in euro nella fattura elettronica. All’interno della fattura è buona pratica indicare anche una nota che specifichi che il pagamento è stato ricevuto in criptovaluta e quale piattaforma o exchange è stato utilizzato per determinare il tasso di cambio.
Ad esempio, la fattura potrebbe contenere una dicitura come:
“Pagamento ricevuto in Bitcoin per un controvalore di 600 euro al tasso BTC/EUR rilevato in data della transazione.”
Naturalmente, essendo in regime forfettario, la fattura sarà emessa senza applicazione dell’IVA, utilizzando la dicitura prevista dalla normativa.
Incassi in criptovalute e calcolo delle tasse nel regime forfettario
Quando si parla di incassi in criptovalute, è importante distinguere due situazioni fiscali diverse.
La prima riguarda il compenso professionale ricevuto come pagamento di una prestazione. In questo caso il valore in euro della criptovaluta entra direttamente nel reddito professionale e viene tassato secondo le regole del regime forfettario. Questo significa che il reddito imponibile viene calcolato applicando il coefficiente di redditività previsto per il codice ATECO dell’attività.
Ad esempio, per molti professionisti il coefficiente è 78%.
Se un freelance riceve compensi per 30.000 euro, di cui 5.000 euro derivanti da incassi in criptovalute, il reddito imponibile sarà: 30.000 × 78% = 23.400 euro
Su questa cifra verrà applicata l’imposta sostitutiva del 15%, oppure del 5% nei primi cinque anni di attività.
Incassi in criptovalute e plusvalenze: cosa succede dopo l’incasso
Una seconda situazione riguarda il momento successivo alla ricezione della criptovaluta.
Se il professionista decide di mantenere la criptovaluta nel proprio wallet e il suo valore aumenta nel tempo, potrebbe generarsi una plusvalenza quando la criptovaluta viene venduta o convertita. Questa plusvalenza non rientra nel reddito professionale del regime forfettario ma viene trattata come reddito finanziario. In Italia, le plusvalenze sulle criptovalute sono state soggette a un’imposta del 26%, ma la normativa prevede un possibile aumento dell’aliquota fino al 33% a partire dal 2026.
Questo significa che:
- il compenso ricevuto in criptovaluta è tassato come reddito professionale
- l’eventuale guadagno successivo derivante dalla vendita della criptovaluta è tassato come reddito finanziario
Le due componenti fiscali sono quindi completamente separate.
Incassi in criptovalute e dichiarazione fiscale
Dal punto di vista della dichiarazione dei redditi, gli incassi in criptovalute devono essere gestiti con attenzione.
Il valore in euro del compenso ricevuto deve essere incluso nel totale dei ricavi o compensi percepiti durante l’anno. Nel regime forfettario il reddito viene determinato secondo il principio di cassa, quindi conta il momento in cui il pagamento viene effettivamente ricevuto.
Questo significa che:
- se la criptovaluta viene incassata nel 2026, il compenso sarà tassato nel 2026
- se il pagamento arriva l’anno successivo, entrerà nella dichiarazione dell’anno in cui viene ricevuto
È quindi fondamentale conservare la documentazione relativa alla transazione, come:
- data dell’incasso
- valore della criptovaluta
- tasso di cambio utilizzato
Questi dati possono essere richiesti in caso di controlli fiscali.
Incassi in criptovalute e opportunità per i freelance digitali
La possibilità di ricevere incassi in criptovalute rappresenta un’opportunità sempre più interessante per molti professionisti digitali. Freelance, sviluppatori, consulenti blockchain e creatori di contenuti lavorano spesso con clienti internazionali che preferiscono utilizzare criptovalute per i pagamenti.
Il regime forfettario, grazie alla sua semplicità fiscale e alla tassazione ridotta, può rappresentare una soluzione molto efficiente per gestire questi compensi. Tuttavia, è importante prestare attenzione alla corretta gestione contabile delle criptovalute, soprattutto quando vengono conservate nel tempo o utilizzate per investimenti.
Conclusione
Gli incassi in criptovalute sono perfettamente compatibili con il lavoro autonomo e con la partita IVA in regime forfettario, ma devono essere gestiti seguendo precise regole fiscali. Il principio fondamentale è che il valore della criptovaluta ricevuta deve essere convertito in euro al momento dell’incasso e utilizzato per determinare il reddito imponibile.
Successivamente, eventuali guadagni derivanti dalla vendita delle criptovalute vengono trattati come redditi finanziari e tassati separatamente. Con la crescente diffusione dei pagamenti digitali e della tecnologia blockchain, è probabile che gli incassi in criptovalute diventino sempre più comuni anche tra i professionisti italiani.
Per questo motivo, conoscere le regole fiscali e utilizzare correttamente il regime forfettario è essenziale per evitare errori e gestire in modo efficace la propria attività professionale.
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